La scelta di fare Porto Marghera un polo industriale chimico ha lontane origini: esso era stato voluto dalla società Montecatini SAVA SADE Edison, le quali cercando di reinvestire i profitti ottenuti dalla vendita dell’energia elettrica, decisero di installare ai bordi della laguna dei cicli produttivi ad alto consumo di energia; questi cicli che davano garanzie erano oltre all’acido solforico, quello nitrico e dei fertilizzanti.Porto Marghera presentava molti vantaggi: la relativa vicinanza alle centrali idroelettriche delle Dolomiti, dei giacimenti di bauxite e di carbone dell’Istria e dell’Arsa, allora occupate dagli italiani.

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Dopo il luglio ’68: una verifica di massa: Dopo il Luglio del ’68, gli operai giunsero alla conclusione dall’ennesima esperienza che per i sindacati la preoccupazione principale è quella di contenere la lotta entro i limiti, che non mettano in crisi il sistema dei padroni.Fu un’ulteriore salto in direzione della costruzione dell’organizzazione autonoma di classe.Dopo il luglio ’68 le avanguardie operaie si costituiscono in Comitato: “ aderire al  comitato significa aderire ad un movimento che lotta per la fine allo sfruttamento, riuscendo a creare una rete di collegamenti operai in grado di guidare le lotte.Nel periodo che va da luglio a novembre ’68 ciò che maggiormente colpisce è la comunicazione a tutte le fabbriche di Porto Marghera delle forme di lotta: picchetti durissimi, blocco degli impiegati.Alla SCAC ci sono dei salari da fame, servizi igienici indecenti, niente docce, è in questo preciso momento che essi scendono in lotta con l’appoggio di tutti i compagni di PM.Dopo 9 giorni di sciopero, gli operai occupano la fabbrica; alla SAVA si tengono fuori gli impiegati e ci si scontra con la polizia.Dopo lo sciopero in un volantino operaio:” ancora una volta abbiamo verificato nello sciopero generale di mercoledì che la vera unità è solo quella degli operai. Quando i sindacati parlano di unità, allora c’è sotto l’imbroglio: usano l’unità per dividere, per fare confusione.”A Porto Marghera la critica ai sindacati è fortissima. Gli obiettivi limitati, i tempi di realizzazione di questi obiettivi, tutta l’impostazione della lotta rende diffusa tra gli operai la sensazione di essere mossi come pedine di un gioco che si svolge alle loro spalle.Il comitato operaio della Petrolchimica, in un volantino del 1 febbraio scrive: questi scioperi danneggiano il padrone? NO. Perché la produzione, o attraverso l’uso degli indispensabili, o attraverso la programmazione padronale degli scioperi, non risulta danneggiata.Questi scioperi sono integrati, non danneggiano il padrone, danneggiano noi; danneggiano la nostra organizzazione così faticosamente messa in piedi contro tutti, possiamo veramente dirlo, con la formidabile esperienza di quest’estate.   

 

Aprile-Maggio 1969: le lotte di reparto e il problema dell’unificazione: La lotta di reparto come primo momento di organizzazione operaia, si passa dalla lotta guidata dal sindacato a quella organizzata autonomamente. Né il sindacato né le leggi possono difendere gli operai quando attaccano il padrone. Gli obiettivi sono: salari elevati, riduzione dell’orario di lavoro, parità normativa con gli impiegati.Legale è ogni forma di lotta che gli operai adottano, in questa maniera vengono organizzate una serie di riunioni con gli operai di tre reparti della Petrolchimica. Una situazione analoga stava maturando anche alla Chatillon, fabbrica di 2000 operai.Su tutto questo, dai padroni ai sindacati mantengono il silenzio più rigoroso. Appare evidente il tentativo di bloccare il processo di unificazione delle lotte sugli interessi operai.In un successivo volantino si và delineando il disegno organizzativo con maggior chiarezza: ”in tutta Porto Marghera viene avanti la lotta: numerosi reparti e interi stabilimenti si mettono in agitazione, formulano richieste decise autonomamente e che si indirizzano su: salario ed orario; si impostano forme di lotta decise in comune, anche al di fuori di pretese coperture di Sindacato.In questa situazione Sindacato e padroni hanno paura perché si rendono conto che questa volta non gli sarà facile controllare la lotta; c’è una nuova realtà con cui fare i conti. Questa realtà ha una sua espressione: il Comitato Operaio, sorto nel preciso momento in cui porre apertamente il problema dell’organizzazione autonoma degli operai diventa un bisogno materiale della lotta.La direzione è quella giusta, primo perché le decisioni sono autonome ed unitarie , secondo perché consente l’immediata unificazione, sotto la salda direzione operaia, terzo perché ricerca e favorisce il coordinamento delle lotte che provengono da tutta la classe., dai punti più avanzati dello scontro come alla Fiat. Quarto, perché sviluppa il collegamento con tutte le analoghe forme di organizzazione che nascono e si consolidano dentro alla classe operaia italiana. La lotta alla Fiat è il punto di riferimento e di effettiva organizzazione operaia.Per il comitato di Porto Marghera è questa una fase di grandissimo sforzo per costruire le basi su cui sviluppare un rapporto d’avanguardia-massa che sia funzionante. Le riunioni di reparto, le assemblee davanti alle fabbriche, il volantinaggio, sono i nessi concreti che permettono l’allargamento del tessuto organizzativo dentro alla fabbrica.E’ in questa situazione, che va vista la preparazione della lotta autonoma a Porto Marghera in vista dei contratti; il problema del Comitato Operaio, stava nel saper fornire delle indicazioni pratiche e politiche adeguate alla situazione.Il 16 Luglio alla Petrolchimica si tenta di tenere un’assemblea all’inizio dell’orario di lavoro. L’assemblea è annunciata da un volantino per le 6 del mattino, l’ora di ingresso del primo turno; il Sindacato in quell’occasione accusa il Comitato di avventurismo.Il 23-24 Luglio, turno per turno, si consultano i compagni, si organizza la lotta per consolidare l’organizzazione operaia, ed il 25 Luglio più di 50 operai formano i picchetti in 5 diversi ingressi della fabbrica e bloccano l’entrata a chiunque. I picchetti si scontrano con gli impiegati e coi sindacalisti, che presi alla sprovvista non sanno che fare.  

 

Le lotte contrattuali: Anni di lotta politica e di intervento ci hanno insegnato che il livello politico degli operai degli anni ’60 si misura sulle richieste di aumenti salariali, di riduzione dell’orario, di trattamento normativo uguale tra operai ed impiegati.Gli operai di Porto Marghera trovano nelle lotte dei compagni della Fiat e nei loro obiettivi autonomi una formidabile riconferma della disponibilità politica delle avanguardie.Il sindacato capisce che non può ripresentarsi davanti agli operai come puro e semplice repressore delle lotte, come aveva fatto in quel momento, quello che interessa è reprimere l’autonomia operaia, isolare le avanguardie.Intanto il padrone vuole riprendersi l’iniziativa che gli era sfuggita di mano, nella maniera più clamorosa alla Fiat, la fabbrica che aveva dato le indicazioni politiche più avanzate, con le lotte autonome di migliaia di operai, vengono messi in 30.000 in cassa integrazione, perchè la lotta selvaggia aveva bloccato il ciclo produttivo. Nelle fabbriche stà montando una rabbia senza precedenti e proprio la scarsa partecipazione ai picchetti e il boicottaggio della manifestazione di mercoledì 17, che doveva essere il trionfo del Sindacato, stanno a significare un rifiuto sempre più generalizzato degli obiettivi della gestione sindacale delle lotte.Gli operai aspettano, perché non vogliono bruciare le loro cartucce prima del tempo, aspettano che il Sindacato scopra le carte.

 

Piante che indicano le posizioni delle fabbriche in porto (sottolineatura in rosso per quelle citate)

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Quello che si vuole impedire ad ogni costo è che essi si riconoscano e si organizzino sui loro interessi materiali come un’unica classe, dentro lo scontro del padrone; il problema del Comitato Operaio è quello di unificare la lotta della Petrolchimica con quello della Chatillon ed a breve avverrà uno sciopero contemporaneo, con una grossa occasione per un‘assemblea in comune tra le due fabbriche, che lanci un discorso di unificazione degli obiettivi.Di fronte a questo progetto di generalizzazione, il Sindacato non può che mostrare il suo vero volto di brutale repressore dell’autonomia operaia.Giovedì 25 Settembre, giorno dello sciopero, fa di tutto perché l’assemblea comune non ci sia, ma non riescono nell’intento.La proposta di continuare la lotta a giorni alterni è accolta dalla quasi totalità degli operai.Sabato 27 accade l’incredibile: la mattina presto, quando il picchetto degli operai comincia a formarsi, i sindacalisti, spalleggiati dal PCI, inquadrano impiegati , capireparto e sfondano il picchetto e fanno entrare gli operai presi alla sprovvista.Agli operai rimasti fuori non resta altro che sfogare la propria rabbia prendendo a calci un bandito del PCI.Lunedì 29 Settembre, all’assemblea davanti alla Petrolchimica, il sindacato difende le sue posizioni, ma la lotta da seguire è lo sciopero a giorni alterni.L’assemblea decide di formare un corteo con mille operai della Petrolchimica che vuole raggiungere la Fertilizzanti del gruppo Montedison, per comunicare il livello di lotta.Raggiunti i cancelli della Fertilizzanti si riunisce l’assemblea, che decide sciopero immediato, si tirano fuori gli impiegati e si fa il picchetto duro.È questo il momento in cui l’autonomia operaia sembra dispiegarsi oltre gli stretti argini in cui la gestione sindacale la vuole costringere.La giornata del 3 Ottobre è quella che segna la svolta del braccio di ferro tra organizzatori sindacali ed autonomia operaia a Porto Marghera i n questo ciclo di lotte: la coscienza dell’isolamento in cui si trova la Petrolchimica a livello nazionale, dove non si trova riscontro sugli obiettivi come viene portato avanti a Porto Marghera, fa si che gli operai indietrggino dinanzi alle minacce del Sindacato e che si adeguino alla direttive.Il Sindacato inserisce nuovi strumenti, per controllare meglio gli operai: i delegati di reparto.Spesso le assemblee dei delegati, nel corso della lotta, si contrapporranno alle direttive del sindacato, anche se il loro spazio politico è necessariamente troppo ristretto per rappresentare una vera e propria alternativa alla gestione sindacale della lotta.Venerdì 10 alla Petrolchimica si indice uno sciopero dalle 6 alle 10 per riunire gli operai, dove si sceglie se continuare nelle forme di lotta indicate dal Sindacato o adottare delle forme autonome addossandosi individualmente le responsabilità.Giovedì 16 il controllo sindacale avverte un’altra grossa scossa; gli operai delle officine meccaniche verso le 10 smettono tutti insieme di lavorare e si avviano in corteo verso l’ufficio personale. Essi dicono basta ai reparti in marcia durante lo sciopero, dicono di non poter più tollerare il crumiraggio di coloro che recuperano le ore di sciopero in ogni maniera. Tutti sono d’accordo che il padrone non deve essere più avvisato in anticipo e che lo sciopero dovrà partire in ogni caso, deciso dagli stessi operai.A metà Ottobre si convoca il 1° Coordinamento Nazionale Operaio a Firenze, per cercare un collegamento tra le lotte in corso, superando le divisioni esistenti tra settore e settore, tra fabbrica e fabbrica, tra l’avanguardia operaia Fiat, Pirelli, Montedison.I limiti del coordinamento sono enormi, ogni situazione parla un linguaggio diverso, con una sovrapposizione di tendenze ideologiche differentiResta il fatto che mentre prima delle lotte contrattuali, l’orizzonte politico anche dell’avanguardia operaia di Porto Marghera era costituito dalle fabbriche chimiche più vicine (Mantova, Ferrara) ora si affrontano le lotte di fabbrica da un punto di vista nazionale.L’organizzazione operaia in questa fase generalizza l’attacco all’apparato capitalistico complessivo, che si realizza in primo luogo nell’unificazione degli obiettivi di lotta, di contro strategia sindacale di divisione in settori e categorie.   

 

La nuova faccia del sindacato: Il volto del sindacato in queste lotte contrattuali è completamente mutato. Il suo nuovo compito è di recuperare un controllo tattico del comportamento operaio.La ristrutturazione del Sindacato in fabbrica, cioè la presenza di un ente in quella “terra di nessuno”.Per dare corpo e solidità a qualsiasi strategia il Sindacato deve passare per la fabbrica; il Sindacato parte dall’autonomia operaia e la assume, per poi tentare di battere qualsiasi progetto di organizzazione politica di classe, di unificazione dei settori in lotta su obiettivi d’attacco.In questa situazione, il Comitato Operaio intende rilanciare il suo intervento. Bisogna riaprire la lotta, rilanciare gli interessi di classe, ricomporre ed unificare i fronti della lotta finora divisi.Per fare ciò occorrono gli strumenti politici adeguati come i nuclei e le avanguardie politiche di massa già presenti in fabbrica e a livello sociale.La consapevolezza è che prima di formare un partito si deve camminare verso un processo di saldatura tra avanguardia e massa, sebbene si sia raggiunto un grado d’autonomia, omogeneità e compattezza; in termini concreti, oggi il bisogno di organizzazione espresso dalle lotte operaia del ’69 significa proprio questa capacità di definire gli obiettivi autonomi di classe per i quali scontrarsi con il capitalista collettivo. Dobbiamo riuscire ad organizzare lotte che esprimano la necessità di distruggere il sistema capitalistico, e quindi le lotte per il raggiungimento degli interessi materiali di classe.

Questo opuscolo è stato scritto nel Febbraio del 1970. Attualmente esiste già un successivo documento che affronta alcuni temi riguardanti l’organizzazione operaia in fabbrica, ed introduce il discorso sul rifiuto del lavoro come terreno d’organizzazione.

 

 

 

MONTEDISON E PIANO CHIMICO

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Materiali Veneti è stato creato con l’intento di portare un contributo alla conoscenza, affinché il giudizio e la condanna di quella realtà e di quella gestione del potere risultino fondati. Con scadenza bimestrale verranno distribuite in edicola ed in libreria le monografie di Materiali Veneti, in cui si cercherà di fare il punto della situazione sulla realtà veneta sotto l’aspetto documentario.Materiali Veneti è estraneo all’editoria, del tutto autogestito e che si reggerà sui contributi finanziari di redattori e sulle vendite.

Introduzione di Massimo Cacciari: La tendenza di tutti i paesi verso il raggiungimento di una completa a autosufficienza in materia di produzioni chimiche di base ha subito una notevole accelerazione. La concorrenza tra i paesi più industrializzati avviene sul mercato dell’impiantistica petrolchimica.I 3 comparti presi in esame dal Programma Finalizzato per l’Industria Chimica riguardanol’etilene, le fibre, i fertilizzanti.

 

 

Il ciclo chimico dell’alluminio per elettrolisi fu installato nel 1928 dalla Montecatini in partecipazione col gruppo tedesco “Vereneigte Aluminium”. A partire dagli anni ’50 una convergenza di fattori, come la perdita delle miniere istriane, la nazionalizzazione dell’industria elettrica, lo svilupparsi a livello internazionale delle produzioni plastiche, indusse gli industriali italiani a ricercare produzioni più profittevoli fuori del ciclo dell’alluminio, per questo si inizia ad interessarsi alla petrolchimica. La nascita dell’industria chimica apre in Italia una serie di cicli produttivi di materie plastiche, delle fibre, delle gomme sintetiche, dei detergenti, dei solventi.

La petrolchimica essendo legata al ciclo dei polimeri, col suo avvento ha cambiato dagli anni ’50 tutti gli orientamenti degli

investimenti della chimica in Italia.

 

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Porto Marghera e la fusione Montecatini-Edison nel 1976: la Montedison chiede ulteriori garanzie finanziarie a sostegno della ristrutturazione del suo settore chimico e porta 2 argomentazioni: 1-essendo i suoi impianti sottoutilizzati (producono tra il 75-80%) il margine netto di profitto si riduce a poco e le variazioni di marcia contrarie alle previsioni di budget possono annullarlo completamente;2-il pagamento in dollari delle materie prime nella fluttuazione della lira e del dollaro può determinare un capovolgimento del costo economico ed un annullamento di eventuali vantaggi previsti o realizzati.Per la Montedison il nodo della crisi è il fatto di non aver avuto sufficienti margini di garanzie finanziarie e di sicurezza economica.Per superare questo situazione di crisi la Montedison si propone di intervenire sulle componenti del conto economico come il volume delle vendite, la ristrutturazione delle produzioni ed il raggiungimento dello standard produttivo vitale dell’80%.Obiettivi che pensa di realizzare seguendo queste direttrici:1- incrementare la capacità produttiva degli impianti 2- modificare le strutture tecniche degli impianti attuando ricerche sul ciclo di produzione3- risanare gli impianti esistenti4- procedere alla chiusura dei reparti obsoleti.

 

 

Le lotte operaie in fabbrica: Nel Luglio del ’67, anno della fusione Montecatini , Edison, gli operai di reparto ferro-leghe, erano affetti per oltre il 50% da silicosi, danno vita ad una piattaforma rivendicativa che presenta novità: si mette in discussione l’organico in rapporto alla nocività. Durante l’estate per l’insostenibilità del lavoro davanti al forno, l’assenza per malattia toccava punte che facevano scendere sotto il minimo l’organico del turno.Gli obiettivi sono l’aumento dell’organico reale; il rifiuto da parte della Montedison fu netto e gli operai scesero in sciopero sostenuti dalla CGIL.

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I questo clima di lotte e di crescita del movimento che arriva il 1968, anno in cui scade il premio produzione ed il movimento studentesco è davanti ai cancelli. Lo strumento di lotta è ormai l’assemblea le cui componenti sono complesse e dinamiche.

L’assemblea decide per una forma articolata di lotta che durerà 9 giorni con assemblee permanenti alla presenza anche del movimento studentesco e di tutto il movimento di Porto Marghera. Gli accordi saltano, si scende in piazza, il cavalcavia ed il ponte per Venezia sono bloccati per la prima volta. Il 1° di Agosto la stazione ferroviaria viene occupata e dopo due giorni a Roma, al Ministero del Lavoro si decide sul premio produzione: 1.000 Lire uguali per tutti. La lotta si conclude con 106 denunce che colpiranno operai, studenti, insegnanti.

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Riorganizzazione, ristrutturazione aziendale e risanamento ambientale: nel periodo ’71-’76 il sindacato a Porto Marghera, allo scopo di contrastare il tipo di sviluppo che la Montedison stava imponendo, diede vita a piattaforme sindacali attorno a nodi specifici quali l’orario, i turni, l’organizzazione del lavoro. La Montedison avvia una nuova e sofisticata tecnica gestionale della manutenzione: da una parte si privilegia la riqualificazione del servizi, dall’altra si progetta la razionalizzazione degli interventi manutentivi ad impianti fermi, cercando di raggiungere un margine ragionevole di sicurezza per le fermate con una maggior produttività. La realizzazione di questo progetto richiede come prima cosa il coinvolgimento su 2 obiettivi principali, sicurezza e produttività.La condizione necessaria come abbiamo detto all’esito positivo del progetto è l’intelligente motivata collaborazione di tutte le componenti; il nuovo meccanismo aziendale massifica la conoscenza della macchina e del suo comportamento nel contesto del ciclo produttivo, sia a livello tecnico che operaio; si allarga al controllo preventivo dello stato del ciclo e delle sue apparecchiature e per poter fare questo dev’essere portato a conoscenza degli addetti ai servizi ogni tipo di dati, di ricerche statistiche, di documentazione storica. Si vuole conglobare una parte dell’organico della manutenzione nel ciclo produttivo, integrando i tecnici dell’esercizio e della manutenzione.La Montedison sta usando strumentalmente la crisi, per raggiungere tre scopi:1-far pagare mediante ricatto occupazionale le sue strozzature economiche e produttive; 2-premere sui sindacati e sugli Enti locali perché questi concedano le licenze edilizie per costruire nuovi impianti; 3-superare contraddizioni e debolezze che il gruppo direzionale Montedison si porta dietro sin dalla sua fusione. Nel ’74 la Montedison è riuscita a far passare una serie di investimenti ristrutturativi, come investimenti di risanamento ambientale, si è passati dai forni a pirite a quelli a zolfo, aumentando la portata e il rendimento dell’impianto.Il problema della nocività che affliggeva gli operai, si è spostato alle vasche e ai filtri e ha colpito gli addetti alla fusione dello zolfo. Nella trattativa sulla piattaforma zonale di Porto Marghera del 1976, la Montedison ha ottenuto un accordo sindacale sull’organizzazione del lavoro da applicare nel servizio di manutenzione, scorporando gli altri punti che qualificavano la piattaforma come il mantenimento dei livelli occupazionali, sia per gli operai che per le imprese di appalto. La Montedison si impegnava ad incontrarsi periodicamente con i sindacati per una continua verifica sui punti richiesti, firmando l’accordo in netto contrasto con la base operaia.Dopo tale accordo avvenne la chiusura con cassa integrazione di 600 lavoratori ed avviando un processo di ristrutturazione nel settore dell’acrilico; non ha rispettato l’impegno del 1974 di avviare un piano di risanamento.

 

Situazione odierna: la riconversioneSuperficie territoriale complessiva: circa 11 ettari.
Area assoggettata piano particolareggiato: circa 7,5 ettari,
Edifici già esistenti recuperabili:  mq 15.800
Nuove realizzazioni possibili: mq 30.300

  E’ uno dei quattro lotti del comprensorio destinato a Parco Scientifico e Tecnologico. In precedenza l’area ospitava parte dello stabilimento fertilizzanti complessi della Montedison.
L’area è caratterizzata dalla presenza di tre grandi capannoni industriali col telaio strutturale in cemento armato e da altri edifici di particolare interesse architettonico.
L’intervento prevede il recupero funzionale di questi edifici e la realizzazione di nuovi volumi per attività propriamente definibili di parco scientifico tecnologico: attività direzionali, attività di ricerca e sperimentazione, centri elaborazione e di calcolo, centri di produzione di servizi, unità di servizio per le attività dell’adiacente parco.

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Hello world!

giugno 15, 2007

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